Il formaggio che fila per la pizza che non contiene nemmeno una goccia di latte: acqua e proteine del latte e agenti filanti. Il nettare di arancia che in realtà non contiene più del 25 per cento di frutta. Il cioccolato prodotto senza la sua parte nobile, il burro di cacao. Sugli scaffali del supermercato sono in agguato tanti piccoli inganni per il consumatore: non perché siano nocivi – ci mancherebbe – ma semplicemente perché col loro nome potrebbero indurre a credere di aver acquistato un'altra cosa.
In effetti si può dare il nome commerciale che si preferisce a un prodotto ed ecco che il nettare di frutta suona qualcosa di sopraffino. Il solo campo delle bevande alla frutta è un microcosmo caotico: ecco quelle a base di succo (es. limonate e aranciate) con contenuto minimo di succo di frutta del 12%; poi le bevande al nettare di frutta (minimo 25%), quelle al succo e polpa di frutta (minimo 50%); infine i succhi di frutta 100% freschi. In tutte poi c’è la possibilità di trovare aromi. Ma perché mai dovrei comprare un succo alla pera aromatizzato alla pera?
Tutto questo discorso è solo un esempio di come il nome sulla confezione è spesso insufficiente a spiegarne il contenuto. È l'etichetta la garanzia a cui appigliarsi. E dobbiamo sempre ricordarci di leggerla.
La prima cosa da valutare è l'elenco degli ingredienti. Quanti sanno che il loro ordine in etichetta non è casuale, ma risponde a regole stabilite per legge? Devono infatti comparire in ordine decrescente di quantità. In poche parole il primo ingrediente è più abbondante del secondo che a sua volta è più abbondante del terzo ecc. Ciò significa che un dolce i cui ingredienti siano: "farina di grano tenero, uva sultanina, uova, burro, zucchero, lievito, sale", conterrà meno zucchero che farina (cosa ottima, il contrario dovrebbe far abbandonare il dolce sullo scaffale). Se nessuno degli ingredienti è prevalente rispetto agli altri, il produttore può elencarli in un ordine qualunque, indicando "in proporzione variabile" (succede, per esempio nel caso dei minestroni di verdure).
Non occorre indicare gli ingredienti se il prodotto è costituito da un'unica sostanza, come nel caso della farina, o per alcuni prodotti specifici come il vino.
Ed eccoci agli additivi, termine molto generico con cui si indicano molti elementi diversissimi tra loro usati per migliorare alcune caratteristiche del prodotto, quali la conservabilità, l’aspetto e il colore, la consistenza, il sapore (conservanti, coloranti, emulsionanti, addensanti, esaltatori di sapidità, correttori di acidità ecc.). Di solito si trovano alla fine dell’elenco e non hanno valore nutrizionale. Il loro uso è regolato da norme nazionali e comunitarie, che stabiliscono quali possono essere impiegati e in che quantità. In etichetta sono spesso indicati con un codice alfanumerico che inizia con la lettere E (E = l’additivo in questione è permesso in tutti i paesi dell’Unione Europea; numero = categoria d’appartenenza).
Ecco come orientarsi:
Coloranti (da E100 a E199) e Conservanti (da E200 ad E299) rallentano il processo di deterioramento del cibo causato da muffe, batteri e lieviti.
Antiossidanti (da E300 a E322) evitano il processo d’ossidazione dell’alimento.
Correttori di acidità (da E325 a E385) bilanciano il gusto dell’alimento con l’acidulo, spesso è acido citrico, una molecola organica, tra gli acidi più diffusi negli organismi vegetali
Addensanti, emulsionanti e stabilizzanti (da E400 a E495).
Gli aromatizzanti conferiscono o potenziano specifici odori e sapori. La legge italiana prevede la loro indicazione in etichetta in modo generico come “aromi”. Possono essere naturali o artificiali. Nel primo caso è sempre specificato l’aggettivo “ naturali”.
Un avvertimento: fate attenzione perché il produttore può affiancare agli additivi registrati con la sigla europea altri additivi indicati con il nome per esteso. In questo caso si può esser portati a pensare che gli additivi impiegati siano solo quelli contrassegnati con "E".
I più frequenti additivi che si trovano sui cibi al supermercato sonoNitrati (E249, E250) e Nitriti (E251, E252). Si tratta di conservanti utilizzati nei salumi, insaccati e carni lavorate per impedire lo sviluppo del batterio Clostridium botulinum, il batterio che produce una tossina mortale, il botulino. Inoltre mantengono vivace il colore della carne e ne migliorano il sapore. I nitrati in piccole dosi non sono nocivi, mentre secondo alcuni studi, i nitriti (legandosi alle ammine presenti in altri cibi) formano le nitrosammine, considerate potenzialmente cancerogene.Polifosfati (E450). Si trovano principalmente negli insaccati cotti, il prosciutto cotto, la spalla cotta e nei formaggi fusi, per renderli più morbidi e succosi. Possono dare problemi digestivi e poiché forniscono all’o rganismo dosi massicce di fosforo, per poter essere eliminato, questo minerale è legato agli atomi di calcio e poi eliminato insieme. In pratica, un eccesso di fosforo si traduce in una perdita di calcio, a danno di ossa e denti. Sarebbe bene evitarli, soprattutto nell’alimentazione dei bambini; proprio per questi aspetti le nuove norme sul prosciutto cotto vietano l’uso di questi additivi nei prosciutti cotti di alta qualità. Solfiti (da E220 ad E227). Evita la fermentazione della frutta secca evitandone l’imbrunimento naturale. Questi additivi sono irritanti per il tubo digerente e distruggono la vit. B1 fondamentale per il sistema nervoso. Inoltre, possono dare reazioni allergiche e sono sospettati di essere legati all’iperattivismo infantile. Usati anche nel vino, sono i responsabili del cosiddetto mal di testa da vino.
Glutammato (E620, E621). Rafforza il gusto degli alimenti, lo troviamo in quasi tutti i piatti pronti, nel dado, nelle salse, nelle patatine e snacks salati, ecc. Oggi si ritiene che possa causare mal di testa e problemi a livello del sistema nervoso, ma solo nelle persone predisposte.Acido alginico e arginati (da E400 ad E405) carragenine (E406, E407).
Sono addensanti presenti soprattutto nelle salse e conferiscono loro la cremosità.
Mono e digliceridi degli acidi grassi (E471). Li ritroviamo molto spesso nelle merendine e nei biscotti. Hanno la funzione di emulsionare, addensare e conservare. L’organismo li utilizza come grassi.
Lecitina di soia (E322), Butilidrossianisolo (E320), Acido L-ascorbico (E300-E304).
Li ritroviamo nei prodotti da forno, cereali, biscotti e merendine. Sono antiossidanti, impediscono che i grassi si ossidino, irracidendosi.
La lecitina di soia non è considerata tossica, ma favorisce la metabolizzazione e il trasporto degli acidi grassi dal fegato alla periferia. In dosi elevate può influire sull’assorbimento intestinale. Per quanto riguarda l’E320, secondo alcuni, potrebbe distruggere la vitamina D, aumentare i livelli di colesterolo e causare allergia.
L’acido L-ascorbico altro non è che la vit. C, è innocuo anche se in forti dosi può avere un effetto lassativo.
Sorbitolo (E420) e Mannitolo (E421) sono dolcificanti alternativi.
Coloranti gialli (da E101 ad E110): E102 ed E110 sono controindicati per chi è allergico all’acido acetilsalicilico e per gli asmatici.
Per legge italiana ci sono prodotti che non possono contenere additivi: acqua minerale, burro, caffè, latte, miele, olio di oliva, pasta secca, tè in foglie, yogurt bianco, legumi e verdura fresca.Attenzione agli slogan “ Senza……”. L'avvertimento arriva da Alessandra Obbili, biologa nutrizionasta. Se l’etichetta ci attira con un "senza zucchero", ma poi troviamo tra gli ingredienti “sciroppo di glucosio”, “sciroppo di fruttosio”, “maltosio, “amido di mais”, “sciroppo di vegetali” vuol dire che l’alimento contiene indirettamente dello zucchero; queste sostanze hanno, infatti, un indice glicemico simile al saccarosio. Preferire, allora, prodotti dolcificati con succo di uva o succo di mela o fruttosio puro. Discorso simile per “senza grassi”& lt; /strong>: se nell’etichetta troviamo la dicitura “mono e digliceridi degli acidi grassi” essi sono metabolizzati dall’o rganismo come grassi. Preferire gli alimenti contenenti grassi mono- polinsaturi.
Va da sé che molta della fiducia del consumatore si fonda anche sulla conoscenza dell’azienda e del paese di provenienza di un prodotto. Ovvio che un pomodoro raccolto nella campagna vicino casa dà maggiori garanzie sulla sua freschezza, sulle norme di coltivazione (pesticidi vietati in Italia sono magari consentiti in altri paesi) e conservazione. E gli acquirenti hanno diritto di conoscere l’originedi ciò che mangeranno e che cucineranno per i loro figli. La questione è tanto più importante se per vendere quel prodotto è stato sfruttato in qualche modo il valore evocativo di un cibo/piatto/prodotto/ricetta legati a un territorio. Basta insomma a pesto alla genovese prodotto in Messico o alla vera pizza Napoli surgelata made in Taiwan.
E se fino a poche settimane fa era difficile seguire la filiera di molti prodotti (vigeva l’obbligo di indicare l’a zienda di confezionamento ma non il luogo di coltivazione della materia prima) oggi una mano in più è data dal nuovo ddl sull’etichettatura d'orogine.
Il decreto di recente approvato dalla Commissione agricoltura della Camera dopo un veloce iter parlamentare è composto di sette articoli e ha il suo fulcro nell'articolo 4 che prevede l'obbligo per i prodotti alimentari di riportare nell'etichetta anche l'indicazione del luogo di origine o di provenienza.
Gli articoli 1 e 2 riguardano il rafforzamento delle Denominazioni:sono estese all'intero territorio nazionale le disposizioni che promuovono contratti di filiera e di distretto si potenzia la tutela e la competitività dei prodotti a denominazione protetta. In particolare la legge raddoppia le sanzioni per la violazione delle norme che limitano l'utilizzo di latte in polvere, qualora la violazione riguardi prodotti Dop, Igp o riconosciuti come specialità tradizionali garantite (Stg). Si istituisce inoltre un «Sistema di produzione integrata» dei prodotti agroalimentari, finalizzato a garantire una qualità del prodotto finale superiore alle norme commerciali correnti. L'articolo 3 reca disposizioni per la salvaguardia delle produzioni italiane di qualità.
L'articolo 4 è il cuore del provvedimento e detta la nuova disciplina in materia di etichettatura di origine dei prodotti alimentari, per assicurare ai consumatori una completa e corretta informazione e rafforzare prevenzione e repressione delle frodi alimentari. Si prevede l'obbligo per i prodotti alimentari posti in commercio di riportare nell'etichetta anche l'indicazione del luogo di origine o di provenienza, oltre alla altre indicazioni previste dalla normativa già vigente. E' inoltre previsto, in conformità alla normativa dell'Unione europea, anche l'obbligo di indicazione in etichetta dell'eventuale utilizzazione di ingredienti in cui vi sia presenza diorganismi geneticamente modificati in qualunque fase della catena alimentare.
Questo discorso sulla tracciabilità in etichetta non vale, però per icodici a barre. Si tratta di un sistema codificazione che serve a facilitare ai commercianti l'organizzazione del lavoro. Grazie al barcode, chi dispone di un registratore di cassa computerizzato può rilevare e analizzare la totalità dei movimenti merci. Le prime 7 cifre sono la Global Location Number, un numero di base assegnato su richiesta nei singoli paesi da un ente autorizzato.
A ciascuna nazione sono assegnati uno o più codici identificativi: sonole prime 3 cifre del codice EAN, European Article Number (l'Italia ha 800-839, la Spagna 840-849, la Francia 300-379, per vederle tutteclicca qui)
Le successive 4 cifre rappresentano l'indirizzo del produttore oppure del fornitore. Le ulteriori 5 cifre si riferiscono all'articolo stesso. Per esempio possono significare: caramelle, 200 g, confezione famiglia. L'ultimo numero serve solamente come verifica, in modo che il computer possa accorgersi di un'eventuale "svista". L'unico valore che il barcode ha per il consumatore è nel caso che le cifre iniziali siano 200-299: vengono assegnate a merci confezionate all’interno del negozio, come insalate o formaggi.
Per il resto dalla sigla del paese non si può evincere automaticamente il luogo di produzione, perché un'azienda italiana può richiedere un codice italiano anche per merci prodotte all’estero. D’altro canto anche merce prodotta in Italia può contenere materie prime prodotte in altri paesi. Per il consumatore quindi il codice EAN non ha una grande valenza.

